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giovedì 28 novembre 2013

Inquinamento: Cina adotta sistema di scambio delle emissioni di CO2

(Fonte:GreenStyle.it-Marco Mancini)

 
 
 
Il governo cinese si oppone sempre a qualsiasi limite all’inquinamento stabilito dai trattati internazionali, ma questo non vuol dire che approvi l’aria irrespirabile delle sue città. Il popolo non ce la fa più a vivere in città super affollate e inquinate, in cui la cappa di smog non permette né di respirare né addirittura di vedere dall’altra parte della strada. Così adesso qualcosa si sta muovendo. L’ultimo provvedimento preso, in ordine di tempo, riguarda la città di Pechino ed è l’adozione del sistema dello scambio di emissioni.

Si tratta del cosiddetto “carbon trading scheme” teorizzato qualche anno fa, ma che nessun Paese vuole adottare a livello nazionale perché molto limitante per le proprie aziende. Il sistema viene applicato attualmente solo in determinati settori e prevede l’acquisto del diritto a inquinare da parte delle industrie che, per la loro attività, sono costrette a emettere ogni anno tonnellate di CO2.

Finora il sistema era stato adottato in Cina solo dalle città di Shenzhen e Shanghai, e così Pechino diventa la terza città cinese a provarlo.

Il sistema cinese è però particolare. Esso si basa sulla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra per unità di PIL che è stata stabilita entro il 2020 nel 40-45% rispetto all’anno 2005. Lo scambio sarà ospitato dal CBEEX (China Beijing Environment Exchange), una specie di Borsa dove al posto delle azioni vengono scambiati diritti a inquinare. In totale circoleranno 40 mila permessi al costo di 50 yuan l’uno, corrispondenti a circa 6 euro ciascuno.

La principale acquirente è la compagnia statale Sinopec Corp., che si occupa di petrolio e gas e che ha già acquistato il 50% dei permessi circolanti facendo lievitare del 2% il prezzo degli altri. L’amministrazione cittadina si augura che con questa tecnica possa mantenere basse le emissioni delle centrali energetiche.

Tutte le centrali energetiche, tranne quelle a carbone. Incredibilmente queste industrie, che secondo i dati di Greenpeace sono responsabili del 60% delle morti premature del Paese, riceveranno permessi a inquinare per un totale del 99,9% della quota di emissioni del periodo 2009-2012 e li riceveranno ogni anno fino al 2015, quando la quota scenderà al 99,5%. Gli altri produttori riceveranno quote inferiori e se vorranno inquinare di più dovranno comprare nuovi permessi.

Come sempre a farne le spese non sono i grandi colossi, ma i poveri commercianti. Per combattere l’inquinamento infatti l’amministrazione di Pechino ha costretto gli oltre 500 cuochi ambulanti dotati di barbecue a chiudere bottega perché emettevano troppo. Decisamente l’obiettivo di riduzione delle emissioni del 25% entro il 2017 non si potrà avere spegnendo qualche fornello e concedendo alle grandi industrie di continuare a inquinare come prima.

mercoledì 7 agosto 2013

Niente dazi UE nell’inchiesta antisussidi sul fotovoltaico cinese

Niente dazi UE nell’inchiesta antisussidi sul fotovoltaico cinese

(Fonte:Rinnovabili.it)
 
 
 
 
La Commissione Europea non imporrà nuovi dazi provvisori su pannelli fotovoltaici, celle solari e wafer importati dalla Repubblica popolare cinese, nel quadro del procedimento anti-sovvenzioni avviato da Bruxelles lo scorso 8 novembre 2012. E’ quanto fa sapere oggi l’Esecutivo europeo confermando tuttavia che l’inchiesta sulle presunti sussidi concessi da Pechino alla propria industria del fotovoltaico continuerà ad essere condotta in parallelo con quella antidumping su cui si sono stati puntati i riflettori fino a ieri.

Questa seconda indagine si deve alla denuncia presentata il 26 settembre 2012 da UE ProSun, associazione che rappresenta oltre 20 aziende europee produttrici di pannelli solari e componentistica, che allora aveva presentato elementi sufficienti a dimostrare l’esistenza sia dei sussidi statali da parte del governo della Cina, che del pregiudizio subito dal mercato comunitario.
Prima di imporre misure punitive infatti, la Commissione si prenderà nove mesi di tempo al fine di giungere a conclusioni definitive entro le fine di quest’anno. Poiché il pregiudizio subito dall’industria dell’Unione è stato rimosso nella fase preliminare, grazie alle misure antidumping provvisorie e gli impegni cinesi sui prezzi dei prodotti, l’Esecutivo Ue fa sapere che tale decisione non avrà alcun impatto sulla protezione dell’industria europea contro le pratiche commerciali sleali.

Una volta che la Commissione avrà completato le proprie analisi riguardante il caso antidumping e quello sulle sovvenzioni governative, i risultati saranno comunicati a tutte le parti interessate per dovuti i commenti. Dopo un approfondito esame delle osservazioni, Bruxelles pubblicherà i risultati definitivi in ​​entrambe le inchieste. Il termine per l’istituzione di dazi definitivi in ​​entrambi i casi è di 5 dicembre 2013.

lunedì 8 luglio 2013

Cina propone limite annuo di importazione moduli a 10 GW

Cina propone limite annuo di importazione moduli a 10 GW 

(Fonte:ZeroEmission.it)
 
 
 
 
In questo modo il Paese spera di trovare un accordo con l'Unione europea per ridurre o eliminare completamente i dazi sui pannelli, impegnandosi nel contempo a mantenere i prezzi uguali o superiori a 50 eurocent/watt

La Cina propone all'Ue un limite di 10 GW l'anno alle importazioni di pannelli solari in Europa. A dirlo è il quotidiano cinese Shanghai Securities News, secondo il quale, in questo modo, Pechino cercherebbe di ridurre o eliminare i dazi sui prodotti fotovoltaici fabbricati in Cina, impegnandosi altresì a mantenere i prezzi uguali o superiori a 50 centesimi di euro (64 centesimi di dollaro) al watt. La Cina sta cercando di contrastare l'applicazione di tariffe del 11,8% sui pannelli, un dazio che si prevede possa aumentare a 47,6% qualora i funzionari cinesi ed europei non riuscissero a risolvere la controversia comemrciale in atto. Il Governo cinese, tuttavia, ha dichiarato, non più tardi di un mese fa, che avrebbe fornito finanziamenti maggiori e più semplici ai produttori di energia solare per cercare di stimolare ulteriormente la domanda interna.