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venerdì 10 maggio 2013

Grid parity fotovoltaico, quando l'arbitro decide di alzare l'asticella

Grid parity fotovoltaico, quando l'arbitro decide di alzare l'asticella

(Fonte:QualEnergia.it-Giuseppe Artizzu)
 
 
 
Era nell’aria. Da mesi l’Autorità parlava, in consessi pubblici e privati, di generazione distribuita come fuga dal mercato. Parlava più del futuro, della potenziale diffusione di fonti rinnovabili non incentivate presso le utenze, che del presente, rappresentato da almeno 25 terawattora di produzione fossile presso gli insediamenti storici della manifattura italiana, da sempre esentati dalla copertura dei costi del sistema elettrico. Eravamo preparati ad un atteggiamento cauto, per non dire critico, dell’Autorità rispetto alla generazione distribuita. Ma mai ci saremmo aspettati di leggere le premesse del documento di consultazione 183/13.

Perché una cosa è tagliare incentivi, una cosa è eliminare benefici ad hoc quali l’esenzione dagli obblighi di programmazione della produzione, ben diverso è intervenire su elementi costitutivi del sistema elettrico al fine precipuo di prevenire la diffusione di soluzioni che non necessitino di incentivazione esplicita. Alla prospettiva di tecnologie in grado di confrontarsi con l’asticella della grid parity, l’arbitro decide di alzare l’asticella.

Il documento di consultazione, pur nel linguaggio specialistico degli atti tecnici, include un vero e proprio policy statement: i costi di mantenimento e sviluppo della rete e del sistema elettrico (inclusa l’incentivazione delle rinnovabili) non devono più essere ripartiti in base all’utilizzo del sistema (misurato dai prelievi di elettricità dalla rete), ma dei consumi: se copro parte del mio fabbisogno con un impianto fotovoltaico sul tetto, questa diventa base imponibile incrementale rispetto a quella intercettata dal contatore.

Prima ancora che il merito, è il metodo che lascia basiti. Assoggettare la generazione distribuita a oneri di rete e di sistema è, in tutta evidenza, una decisione radicale di politica energetica, non una misura regolatoria. La SEN, che la si apprezzi o meno, è fresca di stampa: perché l’Autorità, nelle premesse di un atto tecnico, avanza una proposta che spazza via l’idea stessa di grid parity (ossia di competitività con il prezzo finale del kilowattora)? Per quale ragione l’Autorità non è uscita allo scoperto nell’ambito della consultazione pubblica sulla SEN?

E veniamo al merito. In tutti i mercati liberalizzati il sistema elettrico funziona così: sul mercato all’ingrosso si forma un prezzo dell’energia, e in bolletta finiscono il prezzo dell’energia e una serie di componenti amministrate che remunerano i costi di rete e di sistema. Alcune delle componenti amministrate sono imputate in misura fissa, altre in misura variabile proporzionalmente all’elettricità prelevata dalla rete. Intervengono spesso scelte esplicite o implicite di politica energetica o economica, tese a favorire o penalizzare alcune categorie di utenze o stili di consumo.

Chiaramente questo non è un metodo perfetto. Da una parte riflette stratificazioni storiche di norme, dall’altra modalità di ripartizione perfettamente razionali complicherebbero a dismisura la bolletta. Ma se allocare oneri di rete e di sistema in proporzione ai prelievi dalla rete non è necessariamente coerente con l’origine di tali costi, qual è la logica di allocarli in base ai consumi? Che razionalità c’è nel far partecipare produzione rinnovabile non incentivata - e che in quanto tale genera esternalità positive gratis per la comunità - alla copertura del costo di quella incentivata? Se davvero la proposta dell’Autorità fosse ispirata ad un principio di razionalità, l’incentivazione delle rinnovabili non dovrebbe essere ripartita sugli usi di combustibili fossili, con una carbon tax lato generazione, e quindi internalizzata nel prezzo all’ingrosso dell’elettricità?

Certo, i numeri in gioco avrebbero effetti dirompenti sulla competitività relativa del carbone rispetto al gas. Salterebbero i privilegi garantiti dall’attuale sistema di esenzioni (quelle vere, non quelle potenziali). Eolico e fotovoltaico diventerebbero competitivi sul mercato all’ingrosso, senza incentivi. E allora? Non si può predicare efficienza allocativa solo quando fa comodo.

Diciamo le cose come stanno, e ognuno si prenda le sue responsabilità: la storia dell’erosione della base imponibile non sta in piedi. Per arrivare ad un aggravio significativo (1,3 centesimi a kilowattora) per le utenze che non adottino generazione distribuita, l’Autorità deve ipotizzare 64 terawattora di autoconsumo incrementale. Sessantaquattro! È il 120% di tutta la produzione idroelettrica in un anno di grazia. Il doppio di tutta la produzione eolica e fotovoltaica attuali. Ma di cosa stiamo parlando? La SEN proietta 1 GW annuo di fotovoltaico da qui al 2020: 9 terawattora totali, solo in parte autoconsumati.

E se pure succedesse, cosa ne sarebbe del prezzo all’ingrosso dell’elettricità? Se 19 terawattora di fotovoltaico hanno affondato il PUN diurno, 64 di generazione rinnovabile distribuita non limerebbero altri 13 euro? E il taglio di un terzo dell’import di gas e carbone per usi termoelettrici, non varrebbe nulla? E i benefici ambientali (dai quali, ogni tanto giova ricordarlo, è partito tutto)? Autoconsumare un simile volume di energia imporrebbe la diffusione (sempre senza incentivi) di dispositivi di accumulo: il dispacciamento del sistema ne risulterebbe trasformato, in economia e sicurezza. Non conta?

Rimossi gli orpelli, l’Autorità sta dicendo che a regole attuali la diffusione di fonti rinnovabili in grid parity ridurrebbe il benessere aggregato (nell’accezione microeconomica) di famiglie e imprese. Dispiace dirlo, ma è un’affermazione che non passa il test del buon senso.

martedì 16 aprile 2013

Grid parity fotovoltaico: quanto deve costare per farcela senza incentivi?

Grid parity fotovoltaico: quanto deve costare per farcela senza incentivi?

(Fonte:QualEnergia.it-Giulio Meneghello)
 
 
 
La grid parity fotovoltaica è a portata di mano: nelle zone più assolate del paese, per utenze commerciali-industriali con un autoconsumo rilevante, con i prezzi degli impianti attuali è già raggiunta; per impianti residenziali da 3 kW bisognerà attendere ancora, ma non manca molto, anche perché si prevede che i prezzi calino ancora.

Oggi mancano 75 milioni al tetto di spesa di 6,7 miliardi di euro che precede di un mese la chiusura del quinto conto energia: con la fine degli incentivi ormai in vista è ovvio che ci si stia chiedendo quanto dovranno calare i prezzi degli impianti affinché rimangano convenienti senza aiuti. Una risposta ci viene dal Solar Energy Report, l'ultimo lavoro dell'Energy & Strategy Group del politecnico di Milano che sarà presentato domani ma che QualEnergia.it ha potuto sfogliare in anteprima.

Lo studio, che offre un esauriente ritratto a 360° del fotovoltaico italiano, approfondisce bene anche la questione dell'evoluzione dei costi e del raggiungimento della grid parity. Come sappiamo i prezzi in questo ultimo anno hanno continuato il loro crollo. Nel 2012 un impianto di 3 kWp "chiavi in mano" è costato in media 2.500 euro per kWp, il 20% in meno dell'anno precedente, sceso di quasi il 20% anche il prezzo medio per un 200 kW, venduto in media a 1.500 €/kWp, crollati del 35% in un anno i grandi impianti che si sono attestati su valori prossimi ai 950 €/kWp.

Ma quanto devono scendere questi prezzi per poter rinunciare agli incentivi? Secondo i calcoli contenuti nello studio, un impianto domestico da 3 kW con scambio sul posto al Sud può garantire un ritorno economico accettabile (IRR 4%) già ad un costo chiavi in mano di 2.000 €/kWp, al Centro si dovrebbe scendere a 1.800 €, mentre al Nord si dovrebbe pagare meno di 1.600 €/kWp.

Da notare, per inciso, che se invece teniamo conto delle detrazioni del 50%, confermate fino al 30 giugno, al Sud e al Centro la convenienza c'è già con i prezzi attuali, mentre al Nord basterebbe che i prezzi calassero del 10% rispetto ai 2.300 €/kWp di fine marzo 2013.

Ovviamente più autoconsumo abbiamo e maggiore è la convenienza: da questo punto di vista interessante è la stima dell'impatto economico che avrebbe un eventuale sistema di accumulo. Per 3 kWp installati al Centro, secondo lo studio, un sistema di storage di capacità utile pari a 2,5 kWh, incrementando del 60% l'energia auto-consumata darebbe un guadagno netto di circa 100 € annui. Con un batteria da 5,75 kWh, in grado di assicurare una copertura del 100% del fabbisogno annuo tramite l’impianto fotovoltaico, invece si guadagnerebbero ogni anno 230 € in più rispetto ad un sistema senza accumulo.

Già in grid parity, con un IRR del 6%, tale da stimolare un investimento di un'azienda, sarebbe poi con i prezzi attuali – circa 2.100 €/kWp – anche un impianto da 20 kWp da installare al Centro o al Sud su aree condominiali secondo il modello dei Sistemi Efficienti di Utenza (SEU). Al Nord basterebbe scendere a 1.900 €/kWp e comunque la possibilità di auto-consumare una quota rilevante di energia prodotta renda minime le differenze nella localizzazione dell’impianto.

Con autoconsumo rilevante, il 50% della produzione, ci mostra lo studio, la grid parity al Sud sarebbe già una realtà per taglie impianti da 200 kWp installati su coperture commerciali e industriali al servizio dell’utenza, con Scambio sul Posto già ai prezzi attuali (circa 1.600 €/kWp). Al Centro la quota di autoconsumo dovrebbe salire all'80% per rendere l'investimento redditizio ai costi di adesso, al Nord oltre a un autoconsumo dell'80% ci vorrebbe un prezzo di 1.300 €/kWp.

Anche su taglie più grandi l'autoconsumo è determinante. Secondo lo studio, al Sud un 400 kW (che con la normativa attuale non può godere dello Scambio sul Posto), con un autoconsumo del 50% (tra i 200 e i 280 MWh/annui consumati nelle ore diurne) ipotizzando un prezzo di acquisto dell'elettricità dalla rete di 0,13 €/kWh avrebbe un IRR oltre il 6% già con i prezzi attuali (1.200 €/kWp) mentre senza autoconsumo non sarebbe conveniente neanche con prezzi dimezzati.

“Estremamente difficile” poi, secondo il report dell'Energy & Strategy Group, che impianti di potenza superiore ad 1 MWp possano risultare nel breve-medio periodo economicamente sostenibili: secondo lo studio ciò potrebbe accadere solo in Sicilia e Sardegna, assumendo per queste aree un valore del Prezzo Medio Zonale Orario superiore di circa 10 €/MWh rispetto alla media nazionale e solo con costi ridotti sotto agli 800 €/kWp.

Dunue un panorama che, se per certe categorie di impianti, come appunto l'utility scale, è scoraggiante, per altri è promettente, tanto più che nel report si stima che i prezzi continueranno a calare: per il 2013 si ipotizza un decremento del 13% per i moduli cristallini. La grid parity per impianti di taglie medie che possono accedere allo scambio sul posto ed essere abbinati ad un autoconsumo consistente è praticamente già raggiunta. Resta il problema – come segnalava anche l'analista di eLeMeNS Andrea Marchisio, in una recente intervista a QualEnergia.it – di fare incrociare domanda e offerta. Da questo punto di vista molto potrebbero fare i famosi Sistemi di Efficienti di Utenza, i SEU, che permetterebbero a terzi di vendere l'energia a consumatori o consorzi senza passare per la rete: peccato che dal 2008 questo modello ancora attenda una piena attuazione normativa, mai come ora urgente.