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giovedì 10 ottobre 2013

Shale gas: UE renderà obbligatoria Valutazione Impatto Ambientale

(Fonte:GreenStyle.it-Silvana Santo)
 
 
 
 
Il Parlamento europeo ha approvato lo schema della nuova direttiva sulla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), che riguarda anche il gas di scisto e dovrà entrare in vigore entro il 2016. Adesso il provvedimento dovrà essere oggetto di negoziati con Consiglio e Commissione UE, affidati al suo relatore Andrea Zanoni.

La proposta di Direttiva è stata accolta dall’europarlamento con 339 voti favorevoli e 293 contrari. Il documento prevede che la nuova VIA sia applicata a circa 200 tipologie di progetti pubblici e privati, dai ponti alle autostrade, dai porti alle discariche di rifiuti, fino agli allevamenti intensivi di pollame o suini. Si tratta della quarta modifica, la prima sostanziale, in materia di Valutazione di Impatto Ambientale in 28 anni di applicazione di questa procedura. Ha commentato Zanoni:

È un giorno storico per la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini in Europa. Abbiamo sconfitto la lobby delle industrie che inquinano di più e approvato una direttiva sulla VIA che tutelerà più l’ambiente e i cittadini. Abbiamo compiuto un passo storico verso una maggiore tutela ambientale in Europa nel contesto della realizzazione delle grandi infrastrutture, che troppo spesso vengono realizzate con poco se non scarso rispetto dell’ambiente.

Il nuovo testo, in particolare, prevede un maggior coinvolgimento dei cittadini e introduce la VIA obbligatoria per il gas di scisto. A questo proposito la Direttiva include nell’allegato I (obbligatorietà di Valutazione d’Impatto Ambientale VIA), sia per quanto riguarda l’estrazione che l’esplorazione, i cosiddetti “idrocarburi non convenzionali”: shale gas, ma anche gas naturale da giacimenti di carbone.

Oltre al gas di scisto, lo schema di normativa estende l’obbligo di VIA alle demolizioni di precedenti strutture, alla realizzazione di parchi a tema (acquatici, parchi divertimento, delfinari ecc,), di campi da golf su terreni aridi e cave per estrazione dell’oro.

Tra le altre novità Strasburgo ha introdotto l’obbligo di indipendenza assoluta del committente rispetto all’autorità competente, un fatto al momento non sempre scontato, soprattutto quando il committente è un soggetto pubblico. Prevista inoltre la maggiore diffusione di informazioni sui rischi per la salute presso la popolazione coinvolta dal progetto interessato dalla VIA, oltre che alle eventuali ripercussioni sul paesaggio e sul patrimonio storico-artistico.

Eliminata, inoltre, la possibilità per i Paesi membri di concedere deroghe speciali a determinati progetti (le uniche eccezioni restano le opere motivate con ragioni di sicurezza pubblica). Previsti infine un maggiore coinvolgimento dei cittadini e sanzioni più dissuasive in caso di violazione delle norme in materia di VIA.

Ora il relatore inizierà i negoziati con le altre istituzioni europee. L’iter di approvazione della proposta di direttiva da parte dell’Europarlamento è stato rallentato dall’opposizione del blocco più conservatore dell’Aula, composto dalle destre e dai popolari.

venerdì 31 maggio 2013

La shale revolution è una bolla, parola di guru del trading

La shale revolution è una bolla, parola di guru del trading

(Fonte:QualEnergia.it)

 
 
 
 
 
Quella dello shale gas e dello shale oil è solo una bolla temporanea e non, come alcuni sostengono, una rivoluzione permanente che regalerà al mondo un futuro di combustibili fossili a basso prezzo. Su queste pagine lo avevamo già scritto, ma questa volta ad affermarlo, contraddicendo l'entusiasmo di molti, è un guru del trading di petrolio e gas, Andy Hall, le cui scommesse sul petrolio gli sono valse negli anni 2000 un salario da 100 milioni di dollari presso Citigroup.

Il rapido declino dell'output verificato in alcuni pozzi shale "significa probabilmente che l'abbondanza di risorse è solo temporanea", scrive Hall in una lettera finita nelle mani del Financial Times e destinata agli investitori di Astenbek, l'hedge found da 4,5 miliardi di dollari che Hall gestisce.

Quello del gas e del petrolio da scisti è un tema caldo nel mondo delle fossili. La rivoluzione shale, che sta rendendo gli Usa esportatori netti di gas e si prevede, entro il 2030, anche di petrolio, preoccupa l'Opec, i cui ministri sono riuniti questa settimana a Vienna per uno dei due incontri annuali dell'organizzazione. Il timore è che i nuovi combustibili fossili non convenzionali spinga in basso i prezzi del barile sul lungo termine.

Questa è ad esempio l'opinione del pundit del settore Dennis Gartman, che pubblicamente ha dichiarato che se fosse nei panni dei paesi Opec cercherebbe di vendere molto e subito. Non la pensa così invece l'Arabia Saudita, che non sembra temere la shale revolution (che pure sta già facendo subire cali dell'export verso gli Usa a membri Opec come Nigeria e Angola) e probabilmente nemmeno l'Opec nel complesso, che ha deciso di mantenere inalterato a 30 milioni di barili al giorno il proprio obiettivo di produzione. Ora si scopre che questa visione, cioè che gli idrocarbutri da scisti potranno influire poco sul futuro delle fossili, è condivisa anche da una personalità con un certo intuito come Hall, che ha fatto i soldi scommettendo che nel corso degli anni 2000 il barile sarebbe salito da meno di 20 dollari ad oltre 100.

Le motivazioni per cui shale gas e shale oil sono un fenomeno temporaneo, spiega Hall agli investitori del suo fondo, sono tecniche: ogni perforazione dà accesso solo a una piccola sacca di gas e petrolio, anziché a vaste riserve. Per questo, nonostante i pozzi siano inizialmente prolifici, la produzione declina rapidamente: per mantenerla a un livello costante bisogna trivellare di continuo nuovi pozzi, cosa impossibile da fare senza prezzi del barile sufficientemente alti.

Insomma il guru del trading sembra condividere l'analisi fatta dal report del Post Carbon Insitute di cui avevamo parlato qualche mese fa. In quello studio si riportava che i maggiori 5 pozzi di shale gas Usa attualmente in produzione hanno tassi di declino della produttività dall'80 al 95% sui primi 36 mesi e che in generale dal 30 al 50% della produzione di gas da scisti deve essere rimpiazzata ogni anno con nuovi pozzi: per mantenere il livello si dovrebbero trivellare 7.200 nuovi pozzi l'anno. Servirebbe cioè un investimento di 42 miliardi di dollari l'anno: una cifra nettamente superiore ai ricavi dalle vendite, che sono di 33 miliardi l'anno. Stesso discorso per il petrolio da scisti, detto anche tight oil o shale oil: qui 2 pozzi coprono l'80% della produzione Usa e hanno tassi di declino della produttività dall'81 al 90% sui primi 24 mesi. Sull'argomento ricordiamo anche un documento di fine 2012 del Fondo Monetario Internazionale che collegava domanda e offerta di petrolio (con dentro la bolla, così chiamata dal FMI, dello shale oil) al rischio di una nuova fase recessiva molto acuta.

Gli analisti del PCI in un altro report spiegavano anche il lato finanziario della questione, ossia perché c'è ancora chi dipinge lo shale come un buon investimento, nonostante i dati di cui sopra. Nel 2011, si spiega, le operazioni di fusione e acquisizione legate agli idrocarburi da scisti a Wall Street hanno raggiunto il volume di 46,5 miliardi di dollari e sono diventate il più grande centro di profitto per diverse banche d'investimento. Questo è avvenuto nonostante i pozzi in questo periodo non abbiano mantenuto le promesse in termini di resa: gli operatori hanno sovrastimato le riserve di shale gas e shale oil dal 100 al 500% rispetto alla produzione effettivamente registrata.

Per portare la produzione ai livelli attesi si è spinto a trivellare ancora di più, arrivando a un eccesso di offerta, che ha spinto i prezzi tanto in basso da essere quasi insostenibili: come detto, per mantenere la produzione servirebbero più investimenti di quanto si ricava dalla vendita. I prezzi bassi hanno aperto la porta ad altre fusioni e acquisizioni, che hanno fruttato miliardi alle banche d'investimento. Molti pozzi sono stati venduti a grandi dell'energia ma si sono anche messi in circolazione strumenti finanziari complessi come i VPP (volumetric production payments) spesso piazzati, assieme ad altri asset su riserve non provate, a investitori che - a differenza di Andy Hall - hanno scarsa dimestichezza con le complesse dinamiche della produzione da fossili, come i fondi pensione.

Una dinamica che ricorda in maniera preoccupante quella che ha innescato la crisi: la corsa nel 2007 a scaricare ad altri i famigerati subprimes sui mutui. Titoli che altro non erano che promesse che non potevano essere mantenute, proprio come quella che i dati sul declino della produzione dei pozzi ci mostrano essere quella del gas e del petrolio da scisti.

venerdì 24 maggio 2013

Rinnovabili e shale gas: per Letta sono il futuro energetico dell’Italia

(Fonte:GreenStyle.it-Silvana Santo)
 
 
 
Le fonti rinnovabili rappresentano l’elemento centrale del futuro energetico dell’Italia. Ad affermarlo è stato il premier Enrico Letta in persona, che ha sottolineato l’importanza delle fonti pulite in occasione del Consiglio Europeo dedicato proprio ai temi dell’energia.

Secondo il presidente del Consiglio, puntare su sole, vento, geotermia etc non permetterebbe soltanto di promuovere la sostenibilità e la sicurezza dell’approvvigionamento energetico nazionale, ma anche di favorire un calo del prezzo dell’energia.

Ha dichiarato Enrico Letta a questo proposito:

La priorità assoluta in campo energetico per noi resta lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Il filo rosso che lega tutti gli altri temi è il contenimento dei prezzi dell’energia, oltre che naturalmente il contributo della politica energetica alla competitività dell’intera economia, italiana ed europea.


Per riuscire nell’intento, ha aggiunto il primo ministro, occorrono però investimenti nel campo delle infrastrutture, che richiedono anche il sostegno dell’Unione Europea. A Bruxelles, inoltre, Letta chiede “realismo” nelle politiche climatiche per il dopo 2020, con una maggiore apertura verso le fonti energetiche prodotte sul territorio europeo.

Il riferimento, in particolare, è allo shale gas, che insieme alle rinnovabili rappresenta, secondo il presidente del Consiglio, una delle risorse su cui puntare maggiormente. Altrettanto importante lo strumento dell’efficienza energetica, per il quale l’Italia è già un paese leader e che dovrebbe essere affrontata, per Enrico Letta, con un approccio unitario insieme al tema delle rinnovabili e della riduzione delle emissioni.

Ha concluso infatti il premier:

Sarà da valutare con grandissima attenzione anche la proposta, avanzata di recente nel Libro verde della Commissione sul quadro delle politiche energetiche e climatiche del 2030, di fondere in un unico obiettivo le misure attinenti alla produzione di energia rinnovabile, alla riduzione dell’emissione di gas serra e all’incremento nell’efficienza energetica attualmente esplicitate nel triplice cosiddetto obiettivo 20-20-20.

venerdì 19 aprile 2013

Shale gas: boom in Cina e Russia, ma non in Europa

Shale gas: boom in Cina e Russia, ma non in Europa

(Fonte:GreenStyle.it-Peppe Croce)

Lo shale gas, il gas di scisto che si estrae con il fracking e sta modificando lo scenario energetico americano, potrebbe rivoluzionare anche l’industria petrolifera russa e quella cinese. Stesso discorso anche per gli altri idrocarburi non convenzionali, come l’oil shale e il coal bed methane. Ma non sarà una rivoluzione che interesserà l’Europa.

Ne è convinto Torbjorn Tornqvist, CEO della società di trading Gunvor, che ha espresso le sue opinioni sul futuro degli idrocarburi non convenzionali all’ultimo Financial Times Global Commodities Summit di Losanna, in Svizzera, che si è svolto dal 15 al 17 aprile. Tornqvist, secondo quanto riporta il quotidiano di settore RigZone, ha affermato:

L’Europa? Sappiamo tutti quali sono i problemi: problemi politici, nessuno vuole vedere le trivelle sul territorio. E i problemi e i timori sulle risorse idriche e tutto il resto, che bloccheranno l’estrazione delle risorse europee, che in ogni caso non sono molto grandi…

Secondo Tornqvist, quindi, i limiti europei allo sviluppo dello shale gas e degli altri idrocarburi non convenzionali sono di due ordini: tecnici (ci sono poche riserve) e politici (ci sono troppe opposizioni).

Molto maggiori sono le possibilità di sviluppo in Russia e Cina, come ha spiegato allo stesso summit Bob Takai, general manager del settore energia di Sumitomo Corporation:

Per quanto la questione delle riserve sia controversa, io credo che la Cina ha le più grandi riserve potenziali di shale oil e shale gas, persino più grandi di quelle degli Stati Uniti
Ma lo stesso Takai ha ammesso che ci vorrà un po’ prima che la Cina metta in produzione tutto il suo potenziale shale: manca di infrastrutture e ha scarsa disponibilità di acqua nelle zone dove si dovrebbe fare fracking. E senz’acqua non si frattura.

A Tokai ha risposto nuovamente Tornqvist, dicendo che se fosse costretto a fare una classifica tra gli Stati più vicini al boom degli idrocarburi non convenzionale metterebbe al primo posto la Russia. Almeno oggi, perché la Cina arriverà, ma più tardi.

La Russia, invece, ha tutto ciò che le serve per il boom dello shale: un sistema politico favorevole, le infrastrutture, un’industria tradizionale del petrolio e del gas, l’acqua, gli agenti chimici e una bassa densità abitativa. Che non guasta quando arrivano i terremoti post fracking.

Il fatto che la Cina debba spettare ancora qualche anno per il boom del fracking è confermato da una recente notizia: per la prima volta dal 2006 gli USA sono tornati a esportare petrolio in Cina. A gennaio, come confermano i dati della US Energy Information Administration, gli Stati Uniti hanno venduto ai cinesi novemila barili di greggio al giorno. Una quantità pari al 12,3% dell’export petrolifero americano.

venerdì 22 marzo 2013

Shale gas: presto gli USA lo esporteranno in Europa

Shale gas: presto gli USA lo esporteranno in Europa

(Fonte:GreenStyle.it-Peppe Croce)

 
 
A breve gli Stati Uniti potrebbero esportare gas metano estratto in patria con il fracking nel resto del mondo, Europa compresa. A sostenerlo Paolo Scaroni, amministratore delegato del gruppo ENI. Di questa possibilità abbiamo già parlato più volte, ma questa volta sembra si tratti più di una conferma che di un’ipotesi. Scaroni, infatti, cita il nuovo sottosegretario USA all’Energia:

La rivoluzione dello shale gas negli Usa ha cambiato gli scenari nel mondo del gas a livello globale. L’altro giorno parlavo con il nuovo sottosegretario Usa all’energia Moniz e ho avuto la sensazione che presto comincerà l’esportazione di gas liquido dagli USA all’Europa.
Ho fatto un giro negli Stati Uniti e ho visto tutta una serie di persone e di esperti dell’energia tra cui Moniz. Da questi incontri a 360 gradi sono tornato a casa con il convincimento che delle esportazioni di gas liquido dagli Stati Uniti avverranno.
Non saranno volumi colossali ma ci sarà un flusso di esportazioni di gas liquido dagli Usa. Gli Stati Uniti diventano produttori eccedenti i loro consumi e quel gas può approdare da noi competitivo.


Parole pronunciate l’altro ieri all’Offshore Mediterranean Conference di Ravenna, davanti al Gotha internazionale del petrolio e del gas. La questione è molto semplice: gli Stati Uniti stanno estraendo shale gas con il fracking a ritmi forsennati, con la conseguenza che il prezzo del gas sul mercato interno è letteralmente crollato. Le possibili vie da percorrere, a questo punto, sono due.

La prima è che gli USA si dotino di abbondanti stoccaggi e tengano sul mercato interno il gas estratto blindando la loro sicurezza energetica. Sono in molti a volerlo: tra shale oil e shale gas gli Stati Uniti potrebbero emanciparsi dagli idrocarburi mediorientali con conseguenze geopolitiche enormi.

La seconda è quella di esportare parte del gas estratto con il fracking creando qualche impianto di liquefazione del metano. In questo modo gli USA diventerebbero produttori di GNL, il gas naturale liquefatto che si può trasportare in giro per il mondo verso i rigassificatori dei Paesi consumatori.

In questo quadro si aggiunge un dettaglio non da poco: Ernest Moniz, il “ministro dell’Energia” dell’amministrazione Obama, non è solo un professore di fisica nucleare al Massachusetts Institute of Technology (MIT) ma anche, dal 2011, un collaboratore e azionista di ICF.

Cioè di una società di consulenza in campo petrolifero che lavora fianco a fianco con le aziende che fanno fracking negli USA. Dal 2011 ad oggi, Moniz avrebbe già guadagnato dal suo rapporto con ICF ben 300 mila dollari.
Moniz, è opinione comune spingerà affinché gli Stati Uniti aumentino la produzione di gas naturale saturando ulteriormente il mercato interno. Questo potrebbe dire, allo stesso tempo, accelerare i tempi della costruzione delle infrastrutture necessarie all’export dello shale gas. L’AD di ENI Scaroni, quindi, sembra quindi parlare a ragion veduta.

mercoledì 24 ottobre 2012

In UK preferiscono l'eolico

Uk: vicino a casa meglio impianto eolico che shale gas

(Fonte:ZeroEmission.it)
 
 

Da un sondaggio, risulta che due terzi dei cittadini britannici preferirebbero avere accanto a casa una turbina eolica piuttosto che un pozzo per l'estrazione di gas di scisto. L’opinione pubblica “boccia” quindi l'idea del ministero del Tesoro di puntare allo shale gas.

Il 67% degli inglesi preferirebbe avere vicino a casa una turbina eolica piuttosto che un impianto estrattivo di shale gas: il risultato emerge da un sondaggio condotto dal quotidiano The Guardian, secondo cui solo l’11% del campione prediligerebbe il pozzo di gas di scisto all’impianto eolico. Si conferma quindi che questo gas non è amato dai cittadini di Sua Maestà e che, negli indici di gradimento delle fonti energetiche, risulta meglio solo del nucleare e del carbone. Il sondaggio inoltre sembrerebbe indicare la bocciatura della “corsa al gas” difesa dal ministero del Tesoro come determinante nella nuova politica energetica rispetto al rinnovo dei sussidi alle rinnovabili, ritenuti troppo costosi in un momento di crisi economica globale. Il nuovo "Energy Bill" dovrebbe essere presentato il 5 novembre prossimo, e prevede investimenti per 240 miliardi di euro per la sostituzione e lo sviluppo della rete di infrastrutture del Paese, costo che sarà sostenuto in gran parte attraverso le bollette.