Visualizzazione post con etichetta australia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta australia. Mostra tutti i post

martedì 12 novembre 2013

Sydney 100% rinnovabile entro il 2030

(Fonte:GreenStyle.it-Marco Mancini)

 
 
 
Sydney è una delle città più importanti dell’Australia e negli ultimi anni anche del mondo. Con i suoi 4 milioni di abitanti sta diventando uno dei simboli dell’avanzamento tecnologico mondiale. Quando si parla di tecnologia, il pensiero va sempre più verso le energie rinnovabili. Allan Jones, responsabile dell’Ufficio Sviluppo Energia e Cambiamenti Climatici di Sydney, ha rilasciato un annuncio molto interessante e in parte anche inaspettato: vuole fare in modo che la città un giorno sia alimentata al 100% dalle fonti rinnovabili.

Questo giorno non sembra essere nemmeno così lontano: anno 2030. L’impresa è titanica visto che l’Australia è nota per essere una delle principali esportatrici di carbone e uranio e finora ha basato la sua sussistenza proprio sull’energia “sporca”. Il Paese è noto però anche per essere sempre all’avanguardia e così un obiettivo tanto ambizioso da raggiungere in meno di vent’anni non sembra poi così utopistico.

Jones non è nuovo a idee del genere. Prima di essere assunto all’Ufficio Sviluppo di Sydney era a capo del programma climatico del Regno Unito. Il suo piano prevede che la città sia alimentata completamente dalle rinnovabili non soltanto per quanto riguarda la produzione di energia elettrica, ma anche per quella termica e per il raffreddamento. Come raggiungere questo obiettivo è presto detto.

Secondo i piani di Jones, sole e vento potrebbero fornire il 30% dell’energia necessaria. Il restante 70% verrebbe garantito dagli impianti di trigenerazione, o generatori a biomassa. Si tratta di una tecnologia nuova, inventata quest’anno, ed è un’evoluzione degli impianti di cogenerazione. Mentre questi ultimi producono energia e calore, quelli di trigenerazione permettono la produzione anche dell’aria fredda.
Il progetto di Jones non è un capriccio ambientalista, ma sta diventando una necessità. Le centrali termiche tradizionali necessitano di spazio che la città non ha e le frequenti tempeste ne metterebbero a rischio la sicurezza.

Gli impianti rinnovabili invece sono meno esposti alle intemperie e sicuramente produrrebbero meno danni in caso di calamità naturale. Calamità a cui l’Australia va incontro regolarmente tutti gli anni. Inoltre in questo modo il territorio cittadino, all’interno dei confini odierni, sarebbe dedicato allo sviluppo abitativo e industriale, mentre la terra tutta intorno Sydney, per lo più desertica, verrebbe riconvertita alle rinnovabili.

Infine, per tutti coloro i quali sono convinti che un’operazione simile sia impossibile perché troppo costosa per le casse pubbliche, arriva l’obiezione di Allan Jones. Le casse comunali infatti sborseranno appena il 10% del costo dell’intero progetto, per costruire o migliorare gli impianti di distribuzione dell’energia. Per il resto il progetto sarà finanziato completamente da fondi privati.

giovedì 5 settembre 2013

Acqua potabile ed energia dal moto ondoso

(Fonte:GreenStyle.it-Francesca Fiore)
 
 
 
 
Produrre acqua potabile ed energia allo stesso tempo. Questo l’obiettivo dell’accordo firmato da Water Corporation, che gestisce il sistema idrico dell’Australia Occidentale, e Carnegie Wave Energy, azienda di Perth che si occupa di desalinizzazione e celebre per aver progettato la prima centrale al mondo per la produzione energetica dal moto ondoso.

A Perth, capitale dello Stato dell’Australia Occidentale, sono già in funzione vari impianti per desalinizzare l’acqua: il primo, a Kwinana, è stato costruito dalla Water Corp nel 2006, mentre un secondo impianto sta per essere ultimato a Binningup. I due impianti sono in grado insieme di soddisfare metà del fabbisogno di acqua dolce della capitale.

L’accordo di cooperazione con la Carnegie prevede la costruzione di un impianto sperimentale a Garden Island, base navale vicino Perth, da integrare con l’esistente impianto basato sull’osmosi inversa: la tecnologia CETO, realizzata dalla Carnegie, sarà il cuore del progetto.

I galleggianti creati dall’azienda di Perth, dal diametro di 11 metri, saranno ancorati al fondale tramite boe che, a loro volta, saranno collegate a delle pompe idrauliche: queste manderanno sulla terra acqua ad alta pressione. L’acqua, una volta arrivata in superficie, azionerà delle turbine idroelettriche che produrranno energia: parte di quest’acqua sarà infine convogliata nell’esistente impianto di desalinizzazione, in modo da garantire i due servizi contemporaneamente.

Il progetto è il primo nel suo genere: nella fase di avvio, dovrebbe garantire energia elettrica per 2 MW. Il CEO di Carnegie, Michael Ottaviano, ha spiegato in una nota:

Il nostro impianto pilota, che permette la dissalazione grazie al moto ondoso, sarà una prima mondiale.

I lavori dovrebbero iniziare nel 2014, grazie ad un finanziamento pubblico da 1,27 milioni di dollari, nell’ambito del Federal Government’s AusIndustry Clean Technology Innovation Program.

martedì 3 settembre 2013

Dall’Australia arriva la scacchiera solare

Dall’Australia arriva la scacchiera solare

(Fonte:Rinnovabili.it)
 
 
 
 
La tecnologia per lo sfruttamento dell’energia solare cambia ancora una volta forma. Grazie al lavoro svolto in seno all’Australian National University dall’ingegnere informatico Ross Edgard, i tradizionali moduli fotovoltaici lasciano il posto a un’insolita struttura tridimensionale che – promette il dottorando – ha la potenzialità di aumentare la produzione energetica solare, contendo i costi produttivi e di manutenzione. Il nuovo concept è composto da strati di pannelli sovrapposti su tre dimensioni a ricreare una sorta di scacchiera a doppia profondità. La tecnologia, ribattezzata DLOOP (acronimo di double-layer orthogonal-offset panel), è frutto di tre anni di studi presso i laboratori del Collegio di Ingegneria e Informatica dell’Ateneo australiano.
“Il vantaggio economico della tecnologia DLOOP è per un nove per cento basato sulle caratteristiche termiche, sulla meccanica del suolo e sui guadagni del ciclo di lavoro”, spiega Edgar. “Questo modello può essere realizzato in maniera più economica e più leggera grazie alla minore pressione esercitata dai venti sulla struttura”. Con l’assistenza del National Computational Infrastructure’s supercomputer l’ingegnere ha potuto calcolare e comprendere i limiti delle condizioni eoliche sul modello DLOOP, testando nella galleria del vento vari prototipi in scala. “Ora, nel mio terzo anno di ricerca, spero di passare ai problemi termici”, aggiunge lo scienziato.
Secondo le prime stime elaborate, la scacchiera solare dovrebbe produrre fino all’8% in più rispetto a una tradizionale unità fotovoltaica nelle ore di punta d’estate, grazie al ricircolo dell’aria nella struttura 3D. La speranza di Edgar è quella di produrre un modello DLOOP valido sul piano commerciale, che sia in grado di fornire, come requisito minimo per le abitazioni, 15-30 kWh d’elettricità al giorno.

martedì 27 agosto 2013

Nuove terre promesse per solare e rinnovabili: Australia e Cile

Nuove terre promesse per solare e rinnovabili: Australia e Cile

(Fonte:QualEnergia.it-Alessandro Codegoni)

 
 
 
In Italia ci sono oltre 550.000 impianti fotovoltaici, e il nostro paese è in proporzione quello al mondo ricava più elettricità dal sole. Ma c’è un paese dove la penetrazione di queste tecnologie è ben più alta, l’equivalente per noi dell’avere 2,3 milioni di impianti fotovoltaici sui tetti. E non è certo il primo paese al mondo a cui si pensa, parlando di energie rinnovabili. Si tratta dell’Australia, uno dei massimo esportatori al mondo di combustibili fossili, ma anche uno di quelli dove la grande abbondanza di sole, vento e spazi desertici, dà all’energia solare ed eolica le più promettenti chance di diventare competitive con le fonti energetiche tradizionali, tanto che l’Università di Melbourne, l’autunno scorso, ha presentato una sorta di road map per rendere del tutto sostenibile la produzione energetica australiana entro pochi decenni.

Ma pare che la società australiana stia già procedendo per conto suo in quella direzione. Un recente rapporto della Climate Commission del Parlamento australiano, intitolato The critical decade: Australia’s future – solar Energy, rivela che in Australia è in corso una “rivoluzione energetica silenziosa”, con l’11% della popolazione nazionale che già utilizza sistemi fotovoltaici per l’alimentazione elettrica delle proprie case. Gli impianti fotovoltaici australiani sono passati dal 2007 ad oggi da 8000 a oltre 1 milione, fornendo elettricità a 2,6 milioni di persone.

L’ultimo piano energetico nazionale prevedeva che gli attuali 2,4 GW del fotovoltaico australiano, sarebbe stati raggiunti nel 2030! Continuando così, dice la Commissione, al 2050 un terzo dell’elettricità australiana sarà di origine solare, ma forse non si continuerà così, nel senso che la marcia accelererà ancora: cominciano infatti ad essere progettati i primi grandi impianti di grandi dimensioni, con due centrali solari FV da 102 e 53 MW costruiti nel Nuovo Galles del Sud e il primo solare termodinamico, da 44 MW, nel Queensland. Per adesso oltre la metà degli impianti fotovoltaici è stato installato sui tetti di case rurali, ma ora si stanno diffondendo anche nei sobborghi delle città, e, via via che il costo diminuisce, rendendoli sempre più competitivi nonostante il basso costo dell’elettricità del paese, si prevede che conquisteranno anche le aree urbane.

Una delle critiche che finora più frequentemente vengono fatte al fotovoltaico come fonte energetica, è quella di non poter sopravvivere senza incentivi. Eppure c’è un paese al mondo dove c’è una vera e propria “corsa al sole”, per installare impianti fotovoltaici (e non solo), nonostante lo Stato non dia nessun aiuto, a parte concedere per questo uso le terre demaniali. Si tratta del Cile, un paese, bisogna dire, favorito dall’avere una delle zone più inondate di luce solare al mondo, l’aridissimo deserto di Atacama a nord, oltre che risorse geotermiche lungo le Ande e molto vento un po’ ovunque.

Inoltre nelle zone più remote di quel paese lunghissimo e montagnoso, ci sono imprese minerarie affamate di energia, che pagano molto bene quella prodotta localmente. Così il governo cileno ha appena annunciato di aver ricevuto domande per concessioni su 50.478 ettari di terreni, da destinare a 256 progetti Renc, cioè «risorse energetiche non convenzionali» (sole, vento e geotermia), di queste a fine 2012 ne erano state approvate 16, di cui 12 impianti fotovoltaici, per un totale di 795 MW di potenza.

Ma nel 2013 è in corso una nuova valanga di approvazioni, il Ministero del Patrimonio Nazionale ne ha concesse nei primi sette mesi del 2013 già altre 24 su 12.000 ettari, per un totale di quasi 1,5 GW, fra i quali 889 MW eolici e 604 MW solari. Fra questi ultimi progetti spiccano i 250 MW di impianti fotovoltaici che verranno realizzati da Enel Green Power, che in Cile costruirà anche impianti eolici e la prima centrale geotermica dell’America del Sud, e gli 1,1 miliardi che investirà l’americana Sky Solar per altri 300 MW di centrali solari nel nord del paese.

La strategia energetica del governo cileno per il 2012-2030 prevedeva circa 300 MW di impianti solari connessi alla rete, ma rischia di essere completamente travolta dalla mare di investimenti esteri, anche se buona parte di questi finiranno a impianti destinati non ad immettere in rete, ma a produrre per utenti locali, come miniere e fonderie, con accordi di vendita bilaterali. Le ideali condizioni di insolazione cilene, e il crollo dei prezzi degli impianti, pare infatti rendere già conveniente anche l’immissione dell’elettricità solare in rete, senza incentivi: la tedesca Saferay, per esempio, sta costruendo un impianto da 30 MW grid connected a La Huayca, che venderà dl’elettricità prodotta direttamente sul mercato spot, in competizione con le altre fonti. Grazie a queste condizioni favorevoli, secondo Bloomberg, 1 GW di potenza fotovoltaica dovrebbe entrare in produzione entro il 2015, con 116 MW già collegati alla rete entro il 2013, ma ci sono progetti in attesa di approvazione per almeno altri 3 GW.

mercoledì 19 giugno 2013

Dall’Australia il catalizzatore che trasforma l’acqua di mare in energia

Dall’Australia il catalizzatore che trasforma l’acqua di mare in energia

(Fonte:Ecqualogia.it)

 
 
Acqua del mare come fonte illimitata per produrre idrogeno e garantire l’efficienza energetica. Questo l’obiettivo che alcuni scienziati australiani, provenienti dall’Università di Wollongong, stanno cercando di raggiungere.

Secondo alcune proiezioni effettuate partendo proprio dai loro studi, questi scienziati pensano che 5 litri di acqua di mare potrebbero produrre energia sufficiente per alimentare una casa di medie dimensioni o far camminare un’auto elettrica per una giornata intera. Il tutto, eliminando alcuni dei più fastidiosi limiti derivanti dai processi di produzione di idrogeno combustibile, attraverso l’uso dell’acqua di mare.

Quando si tratta di produrre idrogeno come fonte di energia, infatti, uno dei problemi principali è strettamente legato al fatto che l’energia richiesta per attivare il processo di scissione dell’acqua è superiore a quella prodotta.
Un problema a cui il gruppo, con sede presso l’Australian Research Council Centre of Excellence for Electromaterials Science (ACES), avrebbe rimediato attraverso una soluzione alternativa. Questi scienziati hanno affermato di essere riusciti a produrre un catalizzatore di luce capace di massimizzare i risultati del processo di ossidazione dell’acqua, a partire da un minore input necessario per avviare il processo. Sembra che il team abbia prodotto una sorta di clorofilla artificiale su una pellicola di plastica conduttiva, facilmente adattabile a qualsiasi superficie, che funzionerebbe come catalizzatore di energia. In pratica, un polimero conduttore che, in presenza di luce, catalizza l’ossidazione selettiva dell’acqua di mare, senza causare però la formazione di cloro.
La produzione di cloro, infatti, è un’altra delle limitazioni presenti nei normali processi di creazione di idrogeno combustibile dall’acqua di mare. Il nuovo catalizzatore proposto, dunque, eliminerebbe anche questo secondo aspetto negativo.
La ricerca rappresenterebbe un passo in avanti nell’utilizzo di tecnologie sicure per la creazione di idrogeno combustibile. Non solo, secondo quanto affermato dal professore associato Jun Chen, alla guida del gruppo di studio: “Il sistema che abbiamo ideato, inclusi i materiali, ci offre l’opportunità di progettare vari dispositivi e applicazioni che utilizzano l’acqua di mare come fonte di water-splitting”. Il water-splitting è il processo per cui l’acqua viene separata nelle sue due forme: idrogeno e ossigeno, con la produzione di idrogeno combustibile.
Una soluzione renderebbe più pratica la produzione di energia pulita, anche attraverso dispositivi portatili.

venerdì 7 giugno 2013

Australia: il 20% delle abitazioni usa energie rinnovabili

Australia: il 20% delle abitazioni usa energie rinnovabili

 (Fonte:Rinnovabili.it)
 
 
 
Secondo i dati del CEC l’idroelettrico, ma anche l’eolico e il solare, stanno contribuendo alla decarbonizzazione del mix energetico australiano

Quasi il 20% delle abitazioni australiane utilizza energia prodotta da fonti rinnovabili. Un recente studio rivela infatti che nel 2012 il 13,4% del mercato elettrico australiano è stato alimentato da energia a basso impatto ambientale che è arrivata in circa 4,2 milioni di case australiane come è stato riferito mercoledì da una emittente locale riferendosi ai dati estratti dall’ultimo rapporto che ha pubblicato il Clean Energy Council australiano (CEC). Il continuo aumento dei prezzi dei combustibili fossili di energia elettrica e il costo decrescente delle energie rinnovabili, sta cambiando le abitudini di mercato degli australiani evidenzia il rapporto.

“L’energia rinnovabile è una delle forme più economiche di produzione di elettricità che sta continuando a scendere e che scenderà nei prossimi decenni divenendo presto la forma più economica di produzione di energia elettrica disponibile in Australia” ha dichiarato Russell Marsh, direttore politica della CEC alla emittente locale ABC News.

Secondo il documento è l’idroelettrico ad aver contribuito per la fetta maggiore alla produzione di energia green con il 58% del totale. Ad aumentare è stata la quota di eolico e di solare che hanno rispettivamente coperto il 26 e l’8% grazie all’istallazione di circa 322mila nuovi impianti fotovoltaici in tutta la nazione.

Del differente mix energetico nazionale ne beneficia oltre all’ambiente anche la popolazione, che ha a disposizione migliaia di nuovi posti di lavoro, precisamente 24,300 nel solo 2012.

lunedì 20 maggio 2013

Pannelli solari stampabili per tutti dall’Australia

(Fonte:GreenStyle.it- Marco Grigis)
 
 
 
 
 
I pannelli solari stampabili sono da qualche tempo diventati realtà. I ricercatori del Victorian Organic Solar Cell Consortium (VICOSC) in Australia — una collaborazione tra il Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO), l’Università di Melbourne, l’Università di Monash e alcune aziende – sono riusciti a stampare celle fotovoltaiche su speciali fogli A3. Si tratta di un prototipo che promette di rivoluzionare il modo con cui le persone si avvicineranno all’energia solare, rendendola alla portata di tutte le tasche.

Le celle stampate sono in grado di produrre 10-50 watt per metro quadrato e le loro applicazioni sono le più svariate: dall’alimentazione di piccoli device elettronici all’illuminazione domestica, alla copertura dei vetri dei grattacieli o delle lamine in alluminio per fornire energia aggiuntiva ai palazzi. Scott Watkins, esperto di materiali per il progetto, così spiega l’iniziativa:

Ci sono talmente tante cose che possiamo fare con delle celle di questa dimensione. Possiamo inserirle nei cartelloni pubblicitari, per alimentare le luci o altri elementi interattivi. Possiamo addirittura inserirle nella scocca dei laptop, per fornire alimentazione all’intera macchina.


Per giungere a un modello “stampabile”, i ricercatori del VICOSC hanno impiegato uno speciale inchiostro fotovoltaico e una futuristica stampante da 200.000 dollari. Il processo, così come gli stessi ricercatori spiegano, è volutamente semplice tanto quanto trasferire un’immagine su una maglietta. Ed è proprio l’accessibilità e la disponibilità a gran parte del pubblico a cui stanno puntando gli scienziati: l’obiettivo è quello di trasformare questo prototipo preliminare in un sistema che possa sfruttare tecnologie di stampa pre-esistenti, affinché siano disponibili a basso costo a larghe fette della popolazione. È sempre Watkins a spiegarlo:

Stiamo sviluppando il nostro processo così da essere in grado di sfruttare le tecnologie di stampa già esistenti, in modo che le barriere all’entrata per la produzione di queste celle solari stampabili siano le più basse possibili.

giovedì 11 aprile 2013

L’eolico integrato trasforma i grattacieli in wind farms

L’eolico integrato trasforma i grattacieli in wind farms

(Fonte:Rinnovabili.it)

 

Dall’Australia l’ultima interpretazione tecnologica della turbina eolica: una speciale “finestra” integrabile tra le pareti dei grattacieli, silenziosa e animal-friendly
 Il Professore Farzad Safaei, Direttore dell’ICT Research Institute all’Università di Wollongong, potrebbero aver trovato la quadratura del cerchio per l’ eolico urbano. Lo scienziato insieme al suo team di ricercatori ha disegnato un nuovo tipo di turbina eolica che promette di rispondere alle maggiori critiche rivolte a questa tecnologia mantenendo alti livelli di prestazioni. Il segreto è tutto nel design: la squadra ha realizzato un aerogeneratore il cui struttura unica gli permette di essere istallato sui lati o le cime di grattacieli e grandi condomini mentre la mancanza di pale rotanti, gli concede una maggiore silenziosità, economia gestionale e sicurezza.
PowerWINDows, questo il nome dell’innovativa turbina è il frutto di quattro anni di lavoro, dedicati a superare i principali difetti dell’attuale tecnologia eolica. Nel dettaglio, l’obiettivo prefissato da Safadei è era quello di ottenere un sistema che consentisse la produzione modulare, facili operazioni di trasporto e installazione, la riduzione dell’inquinamento acustico rumore e del pericolo per gli uccelli così come un minor utilizzo del suolo. Il risultato è una sorta di veneziana in cui le pale si muovono su e giù e che ha detto dello scienziato, grazie alla sua forma regolare può essere facilmente integrata tra le pareti di due grattacieli. Il progetto si è già guadagnato la fiducia di una delle principali società d’ingegneria in Australia, la Birdon, intenzionata a realizzare un prototipo commerciale che consenta una più ampia sperimentazione e valutazione.

mercoledì 30 gennaio 2013

100% rinnovabili in 10 anni: la via australiana

100% rinnovabili in 10 anni: la via australiana

(Fonte:QualEnergia.it-Alessandro Codegoni)

 
Come dovrebbe essere il paese ideale in cui sperimentare un sistema energetico sostenibile? Ovviamente dovrebbe essere ricco di fonti rinnovabili, ma anche avere grandi deserti dove installare gli impianti senza problemi e, dunque, non essere troppo densamente popolato, avere un buon livello culturale e di reddito, ed essere dotato di una valida struttura scientifica e industriale. Sembra l’identikit dell’Australia: un paese di 22 milioni di abitanti che abitano un territorio, prevalentemente desertico, inondato dal sole e spazzato dal vento, grande quanto l’Europa Occidentale.

Peccato che l’Australia sia anche uno dei massimi esportatori al mondo di combustibili fossili (carbone, soprattutto), e che solo recentemente, con il premier Julia Gillard, il governo australiano abbia cominciato a prendere sul serio le tematiche del cambiamento climatico, ponendo una tassa di 23 dollari a tonnellata sulla CO2 emessa dai grandi emettitori australiani.
Ispirata forse dal vento nuovo portato dalla Gillard, arriva ora una ricerca dell’Energy Research Institute dell’Università di Melbourne, che svela come, se solo si volesse, l’Australia potrebbe fare a meno delle fonti fossili, in tutti i settori, trasporti compresi, in appena 10 anni (vedi allegati in fondo).

La ragione che dovrebbe spingere a questa svolta radicale, secondo i ricercatori, sta soprattutto nei rischi che il mondo, e l’Australia in particolare, corrono a causa del cambiamento climatico, se non si prenderanno, globalmente, misure drastiche per contenerlo. Da qualche anno, infatti, l’Australia sta vivendo stagioni estreme, fra siccità prolungate e inondazioni mai viste, e anche l’estate 2013 sta passando alla storia per gli incendi giganti e una ondata di calore mai registrata prima, che ha portato il paese a vivere con temperature medie superiori a 39° C per una settimana di fila, frantumando diversi record assoluti di caldo negli ultimi 200 anni. Insomma, continuando in questa direzione, le estati australiane dei prossimi decenni potrebbero diventare invivibili in gran parte del paese.

Così i ricercatori di Melbourne si sono messi a studiare il modo in cui l’Australia potrebbe dimostrare al mondo che di carbone, gas e petrolio si può fare a meno. La loro ipotesi è che nel 2020, l’Australia richieda 325 TWh di elettricità l'anno (l’Italia consuma ora circa 330 TWh annui), un 40% in più di oggi, visto che per allora questo vettore, nei loro piani, dovrà alimentare anche i trasporti, diventati prevalentemente elettrici, e il riscaldamento, tramite pompe di calore.

A produrre questa elettricità, oggi generata per il 90% da carbone e gas, sarà soprattutto il solare termodinamico, che produrrà il 58% dell’elettricità, grazie a 12 enormi centrali a specchi e torri solari da 3500 MW l’una, che usano sali fusi a 500 °C di temperatura, distribuite al margine sud e sudorientale del grande deserto centrale, subito a ridosso delle grandi città. I ricercatori di Melbourne, hanno scelto questa tecnologia, già in sperimentazione in Spagna, in quanto la più adatta al territorio desertico australiano, e perché, grazie all’accumulo termico consentito dai sali fusi, può produrre continuamente non solo di notte, ma anche, a potenza ridotta, per diversi giorni nuvolosi di fila. Si potrebbe pensare che 50 GW di centrali solari a specchi, occupino un’enorme quantità di territorio. In realtà nel piano si fa notare che, tutte assieme, coprirebbero 2.760 kmq, meno della superficie del più grande ranch australiano.

La secondo fonte prevista dal piano è l’eolico, con 23 grandi centrali eoliche ognuna da 2000-3000 MW, poste lungo le coste orientali e meridionali, sempre molto vicine ai maggiori centri urbani del paese. Il restante 2% della fornitura energetica proverrebbe da centrali idroelettriche già esistenti - usate anche come sistemi di accumulo - e da nuove centrali a biomasse, che avrebbero anche il compito di fare da riserva di potenza nei, normalmente rari, momenti in cui sole e vento non siano disponibili in quantità sufficienti.

Il piano prevede infine anche una quota di autoproduzione da fotovoltaico, ma limitando il suo uso alla riduzione della domanda domestica, con mezzo milione di piccoli impianti su tetti in grado di fornire circa il 15% dell’energia consumata dalle famiglie. Qui, facciamo notare, i ricercatori hanno forse sottostimato le potenzialità della tecnologia fotovoltaica, basandosi su dati del 2008, con 6$/kW di costo medio degli impianti (oggi il costo è meno della metà …) e 15 GW come installato globale nel mondo (oggi sono già 17 GW solo in Italia).

Si potrebbe pensare che un piano così ambizioso, costi una fortuna. In realtà, seguendo i calcoli e i piani dettagliati nelle 190 pagine del rapporto, il costo complessivo sarebbe relativamente modesto: 370 miliardi di dollari australiani, cioè 290 miliardi di euro, in 10 anni, che, secondo gli autori, potrebbero, ma è solo una delle ipotesi, essere raccolti con un sovrapprezzo di 6,5 centesimi di Aus$ (5 eurocent/kWh) in bolletta, circa un +50% sul costo attuale. Per la famiglia media australiana, si tratterebbe di una spesa extra di 420 Aus$ (330 euro) l’anno, o 8 Aus$ a settimana. In questa ipotesi, il grosso del costo della conversione finirebbe sui grandi consumatori di energia industriali e minerari, che, però, come compensazione, riceverebbero una enorme mole di lavoro dalla creazione degli impianti solari ed eolici.

Si prevedono nel piano 120.000 nuovi posti di lavoro per la realizzazione delle infrastrutture e 40.000 per il loro funzionamento. Per comparare il peso finanziario del progetto proposto dell’Università di Melbourne, 290 miliardi di euro in 10 anni, sono circa il doppio di quanto spenderà l’Italia per gli incentivi alle rinnovabili; ma avendo l’Australia una popolazione che è un terzo della nostra, il loro peso per loro sarebbe 6 volte più gravoso. In compenso, però, eliminerebbe una volta per tutte l’uso dei combustibili fossili dal paese.

Più che lo sforzo finanziario richiesto - 3% del Pil annuo australiano - però, a far sorgere dei dubbi sulle possibilità pratiche di realizzazione di una simile, velocissima conversione energetica, è il fatto che l’Australia vive in gran parte di produzione e esportazione di carbone, gas e, in futuro, forse anche di petrolio da fracking (recentemente individuato nei deserti centrali). Se l’Australia volesse veramente creare un sistema energetico sostenibile per ridurre le emissioni di gas serra, poi non potrebbe certo consentire che i combustibili fossili che non utilizza, vengano esportati e bruciati altrove. La resistenza al cambiamento, quindi, verrebbe principalmente dai potentissimi settori minerari e industriali australiani, legati all’esportazione di carbone e altri combustibili fossili.

Ma forse, l’idea di questi ricercatori australiani, è soprattutto quella di dimostrare che, se vogliamo, il cambiamento radicale del sistema energetico è tecnologicamente e finanziariamente possibile. In Australia questa “rivoluzione energetica” sarebbe particolarmente a portata di mano, per le peculiari caratteristiche del paese, ma, con diversi tempi di applicazione e con diversi mix di fonti e soluzioni tecnologiche, probabilmente ogni paese del mondo potrebbe trovare la sua strada verso la sostenibilità. Se quindi continueremo sulla strada dei combustibili fossili, e finiremo per rendere questo pianeta invivibile e dilaniato da guerre per accaparrarsi le ultime riserve di gas o petrolio, non potremo giustificarci con la scusa del «non avevamo alternative»: il cambiamento è possibile, dice questa ricerca australiana, basta volerlo sul serio.