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mercoledì 20 marzo 2013

ERA: Sentenza dell’Aja contro la Shell è uno spartiacque

ERA (Environmental Rights Action): Sentenza dell’Aja contro la Shell è uno spartiacque

 (Fonte:CETRITRIRES.IT)
La sentenza del 30 gennaio 2013 da parte della corte olandese, ritenendo Shell responsabile per l’inquinamento di terre coltivabili presso Ikot Ada Udo, Stato di Akwa Ibom, Nigeria, è in effetti una vittoria molto importante.

Siamo tuttavia rammaricati dal fatto che la corte abbia stabilito diversamente per quanto riguarda le aree di Goi e Oruma. I dubbi dei giudici hanno portato a concludere, infatti, che non ci fossero prove del fatto che le fuoriuscite presso Goi, Stato di Rivers, e presso le comunità Oruma, nello Stato Bayelsa, non fossero state riparate e bonificate. I soggetti querelanti di Goi e Oruma si appelleranno alla sentenza.

ERA/FoEN, in una dichiarazione rilasciata a Lagos, sostiene che questa sentenza storica e questa vittoria chiave costituiscano un precedente per la responsabilità ambientale a carico delle società madre, spesso con sede in Europa o negli Stati Uniti, che possono ora essere ritenute responsabili per i reati ambientali commessi dalle loro sussidiarie in giro per il mondo.

In questa azione legale, quattro agricoltori, supportati da Friends of the Earth, hanno trascinato la Shell di fronte alla corte olandese, a migliaia di chilometri di distanza dalle loro comunità in Nigeria, dove gli oleodotti mal funzionanti della compagnia hanno causato danni ai loro specchi d’acqua e alle loro terre tra il 2004, il 2005 e il 2006. La Shell ha costantemente negato le proprie responsabilità. Si è rifiutata di bonificare le perdite e di pagare le compensazioni.

Ora la Shell, però, non può più tenere la testa sotto la sabbia per quanto riguarda il massiccio degrado a carico della comunità di Ikot Ada Udo. Il caso, che vede come co-querelante Milieudefensie, è stato presentato nel 2008 e ha dovuto affrontare numerosi ostacoli legali, orditi verosimilmente dalla Shell, prima di arrivare a questo punto del giudizio.

Mentre la Royal Dutch Shell Plc aveva sostenuto di non poter essere ritenuta responsabile per l’azione della propria sussidiaria in Nigeria, quest’ultima, la Shell Petroleum Development Company Nigeria Ltd, insisteva di non poter essere processata dal tribunale dell’Aja per questioni derivanti dalle autorità nigeriane.

Nel 2009, la magistratura olandese si è dichiarata competente per valutare il caso. Lo scorso ottobre, la corte olandese ha ottenuto le prove complete sulla cui base si fonda la sentenza di oggi, che dichiara la Shell colpevole di non aver riparato le fuoriuscite di petrolio che hanno causato la distruzione delle terre dei quattro agricoltori.

“Dichiarare la Shell colpevole degli sversamenti di Ikot Ada Udo è encomiabile, ma vogliamo vedere come la Shell celebrerà la conclusione errata a cui è giunta la corte scagionandola dalla distruzione ambientale di Goi e Oruma. Il loro disprezzo per il benessere delle comunità che soffrono a causa degli impatti dello sconsiderato sfruttamento petrolifero del Delta del Niger è ormai leggendario. Le perdite a Ikot Ada Udo sono durate mesi, su terreni agricoli, alla luce del sole, e la Shell ha ancora il coraggio di combattere per evitare la colpevolezza. È giusto ed equo che venga ritenuta responsabile per questo crimine” dichiara Nnimmo Bassey, Direttore Esecutivo di ERA/FoEN.

“Questa vittoria per i contadini di Ikot Ada Udo ha creato un precedente, sarà un passo importante, in quanto le multinazionali potranno essere ritenute più facilmente responsabili per i danni provocati nei paesi in via di sviluppo. Ci aspettiamo che altre comunità ora esigano che la Shell paghi per l’attacco al loro ambiente”.

Fino ad ora questo è stato estremamente problematico, per le difficoltà con le quali si possono citare in giudizio queste compagnie nei loro paesi d’origine, a causa di una legislazione spesso non avanzata o propriamente applicata.

Godwin Uyi Ojo, Direttore dei Programmi e dell’Amministrazione di ERA/FoEN, ha aggiunto “Mentre ci congratuliamo per la sentenza della corte olandese, è arrivato il tempo in cui i paesi occidentali approvino leggi che costringano le compagnie ad applicare i medesimi standard di responsabilità ambientale sia nei paesi d’origine sia all’estero”.

“Le argomentazioni della Shell di fronte a prove incontrovertibili hanno dimostrato ancora una volta i diversi standard con cui le compagnie petrolifere trattano le fuoriuscite accidentali in Nigeria rispetto all’inquinamento in Europa o Nord America. Siamo ancora ottimisti, però, che questa sentenza storica inciti più comunità a cercare giustizia” ha sottolineato Ojo.

lunedì 4 marzo 2013

La Shell ci prova ancora ... a fare l'azienda green

La Shell ci prova ancora ... a fare l'azienda green

(Fonte:QualEnergia.it)
 
 
Il fotovoltaico sarà la principale fonte energetica dell'umanità e conquisterà questo ruolo soprattutto grazie ai piccoli impianti distribuiti, sempre più competitivi rispetto all'elettricità presa dalla rete. A dirlo non è un'associazione dell'industria del FV o un'Ong ambientalista, bensì “un avversario” delle rinnovabili, un gigante del petrolio, la Shell. Al 2100, dicono le previsioni della multinazionale, il solare potrebbe fornire il 38% del fabbisogno energetico totale, al 2060 il 40% di quello elettrico.

I petrolieri "cattivi" dunque si ravvedono e riconoscono finalmente che il futuro è delle rinnovabili? Non proprio: gli scenari che Shell dipinge, pur ammettendo un ruolo da protagonista del solare, sembrano disegnati più sugli interessi della compagnia che sulle tendenze in atto. Va ricordato che l'azienda dal 2009 ha chiuso con gli investimenti in rinnovabili, mentre continua a puntare sull'oro nero, anche con lo sfruttamento di risorse tra le più difficili e rischiose, come quelle dell'Artico, o di quelle con i peggiori impatti ambientali, come le sabbie bituminose dell'Alberta, in Canada.

Il documento Shell, dipinge due scenari alternativi. Un primo scenario detto "Ocean", più ottimistico dal punto di vista sociale, vede diminuire le diseguaglianze con conseguente maggior incremento della domanda di energia; un secondo scenario, detto "Mountains", prevede che la ricchezza resti invece più concentrata e la domanda di energia cresca meno. In entrambi si conta di arrivare a un bilancio annuale di emissioni pari a zero al 2100 (ma in entrambi si prevede una riduzione delle emissioni troppo lenta per rimanere sotto alla soglia critica dei 2 °C, superata la quale le conseguenze del riscaldamento globale diverrebbero inaccettabili).

Nel più ottimistico Ocean (vedi grafico a destra), come detto, il solare ha un ruolo importante: già al 2040 si prevede che sia la quarta fonte per importanza sul mix energetico totale (ora è la tredicesima); al 2060 si presume che fornisca il 40% del fabbisogno elettrico e, come detto, a fine secolo il 37,7% del fabbisogno totale di energia, con contributi anche dell'80% sul fabbisogno elettrico in alcuni paesi. A spingere l'energia solare, soprattutto come generazione distribuita, sarà la competitività sempre maggiore che la tecnologia guadagnerà all'aumentare dei costi dell'energia.

Lo sviluppo del solare immaginato da Shell avviene però in un panorama energetico alquanto particolare: la compagnia immagina che il solare cresca molto soprattutto nel residenziale, anche abbinato ad accumuli e reti intelligenti, mentre non prevede un grande sviluppo di grandi impianti e anche delle altre rinnovabili, come l'eolico.

E qui sorge qualche dubbio. Infatti, nel costruire i suoi scenari, Shell presume che lo sviluppo di impianti a rinnovabili su larga scala sia “rallentato dall'opposizione dell'opinione pubblica”, mentre nello stesso scenario conta, senza porsi troppi interrogativi, sullo sviluppo di tecnologie e pratiche molto ma molto più controverse e avversate, come quelle necessarie per estrarre petrolio in acque profonde, da sabbie bituminose e quelle per catturare e stoccare la CO2, tutte soluzioni su cui la multinazionale sta in effetti investendo.

Nel mix energetico immaginato dalla compagnia petrolifera, infatti, continuano ad avere un grande peso le fonti fossili: il petrolio continua a coprire il 70% del fabbisogno dei trasporti fino al 2060, si punta moltissimo sui biocarburanti e, infine, la cattura della CO2 si dà per applicabile su larga scala in tempi molto brevi; ad essa è affidata quasi in toto la missione (impossibile?) di compensare l'aumento delle emissioni di un sistema energetico ancora basato sulle fossili (vedi grafici sotto).





Il sospetto che viene è che il futuro dipinto da Shell sia più che altro una mediazione tra quello che bisognerebbe perseguire per ridurre le emissioni e quello che dovrà sussistere affinché gli interessi dell'azienda non vengano intaccati. Un sospetto confermato quando si noti l'enfasi con cui Shell prevede che le grandi riserve di shale gas, su cui contano molto i suoi concorrenti, non si materializzino e che, dopo un boom del gas per alcuni decenni, il petrolio resti ancora centrale, con prezzi del barile tali da giustificare investimenti ad alto rischio, come quelli per l'estrazione di greggio dall'Artico o dalle sabbie canadesi.

Insomma, uno scenario piuttosto di parte. Certo, va detto, la previsione di Shell è molto più ottimista sulle rinnovabili rispetto a quelle di altri grandi del petrolio come BP o Exxon, ma il suo scenario di compromesso resta comunque insostenibile per il clima: l'azzeramento delle emissioni al 2100 ipotizzato, peraltro molto incerto visto il panorama prospettato, sarebbe troppo lento per farci restare sotto la soglia dei 2 °C (vedi grafico sotto).



Quella di dipingere futuri insostenibili in cui si sopravvaluta il contributo delle fossili e si sottostima il potenziale di efficienza energetica e rinnovabili, d'altra parte, sembra essere una caratteristica peculiare degli studi che escono dalle aziende Big Oil. Lo mostra bene questo report di REN 21 (qui, pdf) che mette a confronto diversi scenari per i prossimi decenni: in quelli elaborati dai petrolieri si stima regolarmente che le rinnovabili crescano di un quarto o della metà non solo rispetto alle previsioni di organizzazioni ambientaliste come Greenpeace, ma anche in confronto ad enti indipendenti, certo non “verdi” come la International Energy Agency (vedi tabella sotto, clicca per ingrandire).



Nel decennio scorso diversi Chief Executive della Shell hanno prospettato intriganti scenari con quote molto elevate per le energie rinnovabili, fino ed oltre il 50%. L'unico problema è che questi erano scenari di lunghissimo periodo (a 50 anni e più) e che la quota delle fonti fossili, sebbene ridotta, in valori assoluti era molto maggior rispetto al presente. Insomma, il business dell'energia convenzionale restava intatto, fuori da ogni quadro di probabile rischio climatico e di limitatezza delle risorse petrolifere e fossili.

Questi scenari a volte lasciano il tempo che trovano. E' la volontà della politica e delle comunità, e a volte anche delle imprese più innovative, ad accelerarli e non i desiderata di questo o quel singolo soggetto industriale. E questo aspetto, molti studi che progettano sul come arrivare al 100% di rinnovabili lo indicano con chiarezza.

sabato 2 marzo 2013

Alaska, caccia al petrolio: Shell rinuncia alle trivellazioni per tutto il 2013

Alaska, caccia al petrolio: Shell rinuncia alle trivellazioni per tutto il 2013

(Fonte:Ecqualogia.it)
 
 
Lo sforzo di dare agli Stati Uniti una nuova fonte di petrolio nazionale ha subito una battuta d'arresto ieri, quando la Royal Dutch Shell PLC ha annunciato che sospenderà le perforazioni offshore di petrolio nel Mar Glaciale Artico per il 2013. Mentre la sua attività, l'anno scorso, ha coinvolto il Mare Chukchi al largo della costa nord-occidentale dell'Alaska e il Mare di Beaufort, a Nord. Lo scrive Huffington Post.

Il presidente di Shell, Marvin Odum, ha spiegato che la società ha deciso di prendersi una "pausa" nelle trivellazioni per preparare le attrezzature e le navi per il prosieguo in futuro. "Abbiamo fatto progressi in Alaska, ma si tratta di un programma a lungo termine che stiamo perseguendo in modo sicuro e misurato", ha spiegato. Per poi aggiungere: "La decisione di fare una pausa nel 2013 ci darà tempo di garantire la disponibilità di tutte le nostre attrezzature e delle persone che hanno lavorato con noi l'anno scorso".

I gruppi ambientalisti si oppongono aspramente alla perforazione artica, perché è a rischio il ricco ecosistema che ospita le balene in via di estinzione, gli orsi polari, i trichechi e le foche. A maggior ragione perché la zona viene continuamente martellata dai cambiamenti climatici, con il ghiaccio marino che in estate continua a sciogliersi a ritmi record. Le associazioni, poi, insistono sul fatto che le compagnie petrolifere non hanno dimostrato la capacità di ripulire una fuoriuscita di petrolio nelle acque ostruite dal ghiaccio.

"Questa è la prima decisione buona che abbiamo visto da Shell", ha dichiarato Mike LeVine, portavoce dell'Alaska per il gruppo ambientalista Oceana. "Data la disastrosa stagione del 2012, le nostre agenzie governative devono approfittare di questa occasione per rivedere il modo in cui vengono prese le decisioni sulle nostre risorse marine e di riconsiderare l'impegno per la trivellazione di petrolio nel Mar Glaciale Artico".

mercoledì 5 settembre 2012

Trivellazioni alle Egadi.

Trivellazioni alle Egadi: Shell e Northern Petroleum non mollano

 (Fonte: GreenStyle.it-Peppe Croce)
Movimenti strategici per le trivelle nel Canale di Sicilia: Shell e Northern Petroleum hanno rinunciato ai permessi di ricerca G.R 20.NP, G.R 21.NP e G.R 22.NP (evidenziati in rosso nella foto e di proprietà di Shell al 70% e NP al restante 30%), mentre per i permessi G.R 17.NP, G.R 18.NP e G.R 19.NP (evidenziati in verde e di esclusiva proprietà del gigante anglo-olandese) Shell ha avanzato la richiesta di rinuncia all’istanza di sospensione del decorso temporale. Queste sigle identificano un tratto di mare enorme, di estensione superiore all’intera provincia di Trapani. Ma la cosa più importante è che queste concessioni sono a due passi dall’Area Marina Protetta delle Isole Egadi.
La questione è abbastanza complessa e ha generato un equivoco sulla possibile “de-trivellazione” delle Egadi. In realtà non è così e, molto probabilmente, la rinuncia ai permessi G.R 20.NP, G.R 21.NP e G.R 22.NP non è altro che una mossa pubblicitaria. Tutti e tre, infatti, sarebbero scaduti a breve: il 14 febbraio 2013. Ma in tutti e tre le prospezioni sismiche tridimensionali sono state già fatte con gli airgun. Quello che è certo è che, nel luglio 2011, Northern Petroleum si dichiarava preoccupata per i permessi G.R 20.NP e G.R 21.NP a causa del decreto Prestigiacomo che vietava le trivelle in mare a meno di 12 miglia dalle aree marine protette.
Anche nel permesso 17 (ma non nel 18 e nel 19), la ricerca con gli airgun è stata completata. Questi tre permessi scadevano tra il marzo e il maggio del 2011, ma il 3 dicembre 2010 è stata presentata una richiesta di sospensione. Che oggi viene ritirata. Il che vuol dire che a breve potrebbero tornare in funzione i cannoni ad aria compressa di fronte le Egadi e, in un futuro non troppo lontano, arrivare le trivelle nel perimetro di questi tre permessi.
In questo modo la coppia Shell&NP si allontana leggermente dal parco naturale (ma non era tenuta a farlo, in seguito alla sanatoria Passera sulle trivelle off-shore). Che le grandi società petrolifere non abbiano intenzione di abbandonare il canale di Sicilia è testimoniato dal fatto che sempre Northern Petroleum ha chiesto la riperimetrazione del permesso di ricerca d 30 G.R-.NP, sito al largo di Agrigento.
Stessa azienda, ma in altra area: Northern Petroleum ha deciso di rinunciare ai permessi di ricerca “La Sacca“, “Savio” e “Punta Marina“. Sono tre permessi ricadenti (o limitrofi) all’interno del Parco interregionale del delta del Po, tutti vicini al permesso di ricerca Longastrino in cui Northern Petroleum ha appena inaugurato il primo pozzo esplorativo in cerca di gas.